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12 nov 2012

Dado si racconta...


Buona sera a tutti per inaugurare questo spazio virtuale abbiamo scelto di presentarvi una figura importante del panorama, writing, italiano. Senza perdere altro tempo partiamo subito ed andiamo a vedere di chi si tratta.

Ospite ad "Illusione", sarà proprio lui a farsi conoscere.


Ferri Alessandro, in arte Dado, è nato (1975) e vive tutt'ora a Bologna , lavora in Italia e all'estero. 
È uno dei writer più importanti della scena italiana, appartenente alla seconda generazione di writers che iniziò a dipingere alla fine degli anni ’80. 
Cresciuto nel quartiere Mazzini, ha fatto parte di numerose crew tra cui una delle più importanti è senza dubbio l’SPA, crew che ha visto membri di notevole spessore come Mambo, Draw, Ciufs, Rusty, Duchamp… 


Dado ha iniziato come writer, affrontando lo studio delle lettere in modo analitico, per poi inserire figure e paesaggi nei suoi murales, ma quando non dipinge su commissione predilige sempre il lettering al figurativo puro. 

Sugli inizi della sua carriera racconta:
“Ero molto piccolo, perché io ho iniziato a dipingere a 11-12 anni, in seconda media. Io considero l’88 come inizio ufficiale anche se prima di quella data io scrivevo sui diari delle mie amiche con queste forme tonde, che andavano molto negli anni ‘80. Emulavo molto, devo dire la verità, ma mi piaceva molto ricopiare la scritte del Charro, degli Iron Maiden, o della BadCompany, e tutte le altre marche, diciamo molto da lettering. Mi piaceva molto la grafica e mi piaceva emulare queste cose scrivendo diversi nomi. Ho iniziato scrivendo il mio nome, il nome di mia sorella e il nome delle mie amiche. All'inizio non ero assolutamente portato per il disegno a mano libera poi dopo mi sono scoperto bravo nel disegno architettonico. 
Mi piaceva molto, compravo molti adesivi che erano dei Black Sabbath, o dei freakkettoni tipo quelli della piazzola.
Sono state le mie icone iniziali di quando ero piccolo. Si può dire che ho fatto un patchwork con quella roba lì, sempre con pennarelli, e poi ho avuto la folgorazione quando vidi Hardcore, un graffito in via Pontevecchio, esattamente di fianco a casa mia e lì mi accorsi della potenza dello spray perché indubbiamente capii che era lo spray, capito?, che era uno spray a fare quella cosa così grande. Non c’è stato molto. Da lì alla mesticheria di via Pontevecchio, la distanza è stata quella. Direttamente a comprare bombolette a caso e il pomeriggio stesso ho sporcato tutta la mia scuola in Lunetta Gamberini. Però era un periodo non sospetto perciò, nel senso, potevi anche scrivere di giorno; ricordo che nel ‘90 disegnavamo nel pomeriggio e a nessuno gliene fregava niente, anzi, c'era molta curiosità, molti si fermavano a guardare… “Oh! Bèin una figa?” cioè l’approccio era ancora molto campagnolo, tipo “Oh fangèin, va bàn a lavùrer!” ma niente cattiverie, niente inseguimenti... Molta curiosità, vedevo molta sperimentazione.”

Poi ovviamente il writing si è esteso, è diventato per alcuni una moda e per altri un’esigenza, si è espanso invadendo tutta la città e la gente ha cominciato a perdere sensibilità e ad esserne infastidita. Molti hanno iniziato a scrivere senza criteri e senza rispetto, e questo ha causato un’irritazione generale delle persone e l’attenzione delle autorità, che sono subito passate alla repressione. 
In questo pezzo si vede anche come per Dado, e così per tanti altri, è stata fondamentale l’influenza della pubblicità nell'elaborazione del proprio stile e della propria poetica. 
I graffiti newyorkesi sono stati influenzati fortemente dalle scritte e dai marchi pubblicitari, e una parte consistente di street art lavora proprio sul marchio, sul logo, sul brand, rielaborandolo e ribaltandone il senso con la stessa grafica che usa la ditta sul mercato. 
Poi continua, parlando del rapporto dei writers con la città, agli inizi degli anni ’90:

“All’inizio c’era una sorta di… di timidezza rispetto alla città… è comunque un rapporto che nasce prima con dei singoli e poi si trasforma in un rapporto di gruppi e poi di massa. Ovviamente, in tutta la storia, quando qualsiasi cosa prende un rapporto dal singolo alla massa ci sono dei mutamenti. Anche perché il singolo non si può paragonare, il gruppo si paragona a sé stesso, tanti gruppi cominciano a sfidarsi, inizia una competizione perciò poi la competizione può essere negativa e dare origine anche a una violenza. Perché spesso la competizione può non essere solo costruttiva, può essere anche una competizione del cazzo, cioè molto violenta e penso che è lì che prende la strada il writing. Il writing è questo. È un game, prima di essere arte. Non è la street art che si identifica, nasce come arte, cioè l’arte di strada.”


Quando gli chiedo come è avvenuto il cambio di mentalità nella gente, che prima era tollerante e poi è diventata aggressiva e repressiva, mi spiega che è una questione di comunicazione e di linguaggio.

“ Ovviamente finché ci sono molti bei disegni lasci anche una strada tipo sai, Robin Hood, tra il bene e il male. Poi quando invece parti e diventa più un linguaggio strettamente da writer, cioè la tag, il up, le minime evoluzioni, anche una guerra di zone, tutto un game e poi diventa fatto con delle masse di persone, diventa una problematica a livello cittadino perché s'imbratta tutto. Poi i writer sono contentissimi di questa cosa, di questa scelta, poi ovviamente al cittadino comune gli fa cagare. Ma anche io sono con un piede tra le due torce… cioè... del centro di Bologna ne riconosco la bellezza medioevale, non posso dire di no. Però posso anche dire che sono felicissimo di vedere tutte le scritte ovunque, perché in realtà ogni volta che giro penso dentro alla mia testa “Abbiamo vinto”. Ero da solo come un’idiota e non ci sto credendo che adesso tutti, tutti, sono nel viaggio in cui ero io vent'anni fa e tutti si gioca insieme allo stesso gioco. Per me è una partita di Risiko mai più finita, nel senso… è qualcosa di divertentissimo!”


E questo spiega anche la mentalità competitiva di molti writers e lo spirito con cui viene vissuto il writing. 
Dado, tuttavia, si distingue dagli altri writers per aver fatto un profondo studio analitico sul writing, sulla sua metodologia d’azione e di comunicazione, e sulla sua vera essenza. Come tesi di laurea all'Accademia di Belle Arti di Bologna portò una ricerca sul writing, in cui arrivò a definirlo come disciplina artistica.

“…allora ho decretato la parola di DISCIPLINA ARTISTICA come poteva appunto essere l’incisione o la fotografia. Quando ho capito che queste nuove discipline, come l’incisione, la fotografia per ultima, sono state riconosciute dal mondo dell’arte non sotto pittura, non sotto scultura ma bensì come discipline a parte, ho detto guardate che il writing si costituisce allo stesso modo, semplicemente per tre motivi fondamentali, che poi sono quelli che sono scritti sullo Zingarelli dopo la parola disciplina. Quando tu determini dei nuovi soggetti, lasciamo perdere i visi, lasciamo perdere i paesaggi, lasciamo perdere il concetto di informale e di cubismo o di qualsiasi altro taglio, e il soggetto sono le lettere, la grafia, la calligrafia, il font, determini un soggetto. Ne dovresti determinare anche una tecnica nuova ma noi l’abbiamo, lo spray, una delle ultime, nato nella Seconda Guerra Mondiale. Terzo, abbiamo il muro che è il supporto, che non è più il muro come nel 1600 o nel 1400, ma che diventa il concetto di strada, pubblicitariamente parlando. Un discorso pubblicitario. Quando tu unisci queste tre cose che sono soggetto, supporto-luogo e ovviamente tecnica, se ne determina ovviamente una disciplina.” 
“Io come italiano mi sento molto a posto ad aver fatto questa tipologia di cosa nei confronti del writing, perché dopo aver definito queste tre cose, ne ho definite altre tre che sono quello che avviene per strada, ovvero il Throw up che è una speculazione intuitiva della lettera, il Blockbuster che una speculazione geometrica e la Tag che è una copia dal vero. Al liceo artistico hai tre discipline, ovviamente, che sono la copia dal vero, la speculazione intuitiva e il disegno geometrico e alla fine ho notato che il writer ha le basi, non è che fa tanto di diverso, impara a disegnare lettere con dei metodi che alla fine hanno più di un milione di anni. L’approccio è la speculazione intuitiva, fai i tondini e anche gestualmente prendi confidenza con l’atto gestuale che ovviamente è curvilineo, perchè il nostro corpo, dice Leonardo, è basato su cerchi… 

Il cerchio è anche l’espressione di tutti i nodi del nostro corpo, polso collo, tutti cerchi. Alla fine quando tu disegni con il corpo è facile che vengano a livello intuitivo dei cerchi. Così come la speculazione geometrica e così tanto per la copia dal vero che è andare a fare le tag.
Poi, se ci pensi, uno dei primi atti è prendere uno spray con un tappo grosso fare dei segni, prendere un pennarello oggettualizzare il segno ponendogli dei contorni e da segno diventa forma e quello è un passaggio molto da copia dal vero, nel senso: come fai a copiare dal vero una calligrafia? Poni dei contorni a un segno, lo oggettualizzi, diventa segno da lì inizia un’indagine, un’introspezione rispetto al proprio segno e ne cogli le forme. I primi stick style assomigliano molto alle tag.”

Di seguito la spiegazione di come nasce una disciplina artistica e della differenza tra writing e street art, punto focale della questione.
“Una disciplina usualmente nasce per un’introspezione della persona, perciò da questo punto posso già evidenziarti che la street art ha comunicazione sociale e il writing non è una comunicazione sociale. Infatti il writing è autoreferenziale. Nella sua autoreferenzialità c’è uno studio personalizzato della propria calligrafia, delle proprie forme, della propria, propria, propria, propria.. propria vorrebbe dire introspezione. Sono due atteggiamenti totalmente differenti. In una società moderna di superficie, di sola comunicazione, nella quale d’introspezione non se ne parla proprio più, non si parla più di sentimenti, di andare a scavare dentro l’animo umano, di farsi domande esistenziali, il punto di vista del writing è proprio questo: se c’è uno zero, è dallo zero al meno uno, meno due, meno tre, meno quattro. L’introspezione che propone il writing è solo implosiva. 

Lo street artist è invece introspezione ed esplosione della comunicazione. La comunicazione per la street art è esplosiva, cioè comunicativa. Per il writer è implosiva, crea comunicazione per sé stesso. Io penso che siano due atteggiamenti totalmente rivoluzionari, opposti tra loro, opposti con la stessa natura. La natura è medesima, che è quella della comunicazione, ma diversa è l’intenzione.”


Troverete altre foto nella sua pagina facebook :
https://www.facebook.com/dado.spa
in alternativa potete visitare il suo sito:
http://www.imdado.com

"Il writing è questo. È un game prima di essere arte." 

Dado 

intervista by Pol

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